Lo scompenso cardiaco (o insufficienza cardiaca) è una sindrome clinica complessa che rappresenta una delle principali cause di ospedalizzazione e riospedalizzazione nei Paesi occidentali. Nonostante i progressi terapeutici degli ultimi anni, il burden clinico e assistenziale rimane elevato, soprattutto per la grande instabilità che caratterizza molti pazienti nel tempo. Le più recenti linee guida ESC (European Society of Cardiology) descrivono infatti lo scompenso cardiaco come una patologia cronica a decorso dinamico, nella quale periodi di apparente compenso possono alternarsi a rapide fasi di deterioramento clinico.
Questa instabilità si traduce in accessi ripetuti in pronto soccorso, ricoveri frequenti e nella necessità di un follow-up ravvicinato, in particolare nelle settimane successive alla dimissione ospedaliera, riconosciute dalle linee guida ESC come una fase ad alto rischio. In questo contesto, la gestione dello scompenso cardiaco non può limitarsi alla sola prescrizione terapeutica, ma richiede un modello assistenziale continuo, capace di intercettare precocemente i segni di peggioramento clinico.
Negli ultimi anni, documenti di consenso e rapporti istituzionali hanno sottolineato il potenziale ruolo di strumenti di monitoraggio clinico a distanza nel supportare la gestione territoriale dei pazienti cronici complessi. Anche la letteratura scientifica sullo scompenso cardiaco evidenzia come programmi strutturati di telemonitoraggio possano contribuire a ridurre le ospedalizzazioni, a condizione che siano integrati in percorsi di cura definiti e rivolti a pazienti selezionati.
Alla luce di queste evidenze, questo articolo propone una panoramica clinica sullo scompenso cardiaco, affrontando i principali aspetti diagnostici e terapeutici e soffermandosi in particolare sulla gestione territoriale e sul ruolo del telemonitoraggio.

Lo scompenso cardiaco è una sindrome clinica caratterizzata dall’incapacità del cuore di garantire una portata cardiaca adeguata alle richieste metaboliche dell’organismo, oppure di farlo solo a prezzo di elevate pressioni di riempimento. Può manifestarsi in forma acuta o cronica ed è frequentemente il punto di arrivo di numerose patologie cardiovascolari, tra cui cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, valvulopatie e cardiomiopatie.
Dal punto di vista clinico, lo scompenso cardiaco è associato a sintomi eterogenei, a un decorso spesso instabile e a un’elevata mortalità a medio-lungo termine. Tuttavia, il vero peso della malattia emerge nella gestione quotidiana: accessi ripetuti in pronto soccorso, ricoveri frequenti, polifarmacoterapia e necessità di un follow-up ravvicinato. Per questi motivi, lo scompenso cardiaco richiede un modello assistenziale continuativo, capace di intercettare precocemente i segni di instabilità clinica.
A differenza di molte altre patologie croniche, lo scompenso cardiaco si distingue per un andamento dinamico e spesso imprevedibile. Periodi di apparente stabilità possono alternarsi a fasi di rapido deterioramento, spesso precedute da segnali clinici sfumati e facilmente sottovalutabili. Questa caratteristica rende insufficiente un approccio basato su controlli sporadici o esclusivamente reattivi.
È proprio questa instabilità intrinseca a rendere centrale il tema della gestione longitudinale e territoriale dello scompenso cardiaco. La prevenzione delle riacutizzazioni non dipende solo dall’efficacia delle terapie, ma dalla capacità di intercettare precocemente i cambiamenti clinici e di intervenire in modo tempestivo, prima che si renda necessario il ricovero.
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Prenota OraLa diagnosi di scompenso cardiaco si basa sull’integrazione di dati clinici, laboratoristici e strumentali. Nella pratica quotidiana, il sospetto clinico nasce dalla presenza di sintomi quali dispnea, ridotta tolleranza allo sforzo, edemi declivi o aumento ponderale rapido, soprattutto in pazienti con fattori di rischio cardiovascolare noti.
I peptidi natriuretici (BNP o NT-proBNP) rappresentano un utile strumento di supporto diagnostico, in particolare per escludere lo scompenso cardiaco in presenza di valori normali. L’ecocardiogramma resta l’esame cardine per confermare la diagnosi, valutare la funzione sistolica e diastolica e identificare eventuali cause strutturali.
Classificazione dello scompenso cardiaco
Sulla base della frazione di eiezione del ventricolo sinistro, le linee guida ESC distinguono tre principali fenotipi:
Nella pratica clinica, la classificazione dello scompenso cardiaco in base alla frazione di eiezione non ha solo valore descrittivo, ma orienta le scelte terapeutiche, il follow-up e il livello di monitoraggio richiesto. I diversi fenotipi di scompenso presentano infatti traiettorie cliniche differenti, con implicazioni rilevanti per la gestione territoriale e per l’identificazione dei pazienti a maggior rischio di instabilità.
Il trattamento dello scompenso cardiaco ha come obiettivi principali la riduzione della mortalità, la prevenzione delle riacutizzazioni e il miglioramento della qualità di vita. Negli ultimi anni, le evidenze cliniche hanno portato a un’evoluzione significativa delle strategie terapeutiche, in particolare nei pazienti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta (HFrEF).
Le linee guida ESC 2021 raccomandano un approccio farmacologico basato su terapie disease-modifying, da avviare precocemente e titolare in modo appropriato. In questo contesto, il concetto dei quattro pilastri terapeutici rappresenta oggi un riferimento clinico consolidato nella gestione dell’HFrEF.
I 4 pilastri terapeutici dello scompenso cardiaco nell’HFrEF
L’impiego combinato di queste classi farmacologiche costituisce la base della terapia prognosticamente efficace nello scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta. Nei pazienti con scompenso a frazione di eiezione lievemente ridotta (HFmrEF) e preservata (HFpEF), il Focused Update ESC 2023 ha ampliato le opzioni terapeutiche, riconoscendo in particolare il ruolo degli inibitori del SGLT2 nella riduzione delle ospedalizzazioni per scompenso cardiaco.
Accanto alla terapia farmacologica, rimangono centrali la gestione della congestione, il controllo delle comorbidità e l’educazione del paziente, elementi che richiedono un follow-up strutturato e continuo.
L’avvio e la titolazione delle terapie disease-modifying rappresentano un processo dinamico, che si sviluppa nel tempo e richiede rivalutazioni cliniche frequenti, in particolare nelle fasi iniziali del trattamento o dopo una riacutizzazione.
In questo senso, il territorio diventa il luogo in cui la terapia viene realmente “costruita” e adattata al singolo paziente. Il monitoraggio dell’efficacia, della tollerabilità e dell’aderenza terapeutica, così come la gestione degli effetti collaterali e delle comorbidità, rendono imprescindibile una presa in carico continuativa e coordinata.
percorso di cura. Le linee guida ESC sottolineano come lo scompenso cardiaco sia una patologia nella quale la qualità della presa in carico nel territorio influisce in modo significativo sugli esiti clinici, in particolare sul rischio di riospedalizzazione e mortalità.
La finestra di vulnerabilità
Un momento particolarmente delicato è rappresentato dalla fase immediatamente successiva alla dimissione ospedaliera. Le linee guida ESC identificano questo periodo come una finestra temporale ad alto rischio, durante la quale il paziente è esposto a un’elevata probabilità di instabilità clinica, spesso legata a congestione residua, titolazione incompleta della terapia o scarsa aderenza terapeutica. È in questa fase che il territorio assume un ruolo determinante nel garantire continuità assistenziale e nel prevenire nuove ospedalizzazioni.
Dal punto di vista clinico, la gestione territoriale efficace dello scompenso cardiaco si fonda su alcuni elementi chiave.
La letteratura converge sull’importanza di modelli organizzativi basati sulla collaborazione multiprofessionale. La gestione territoriale dello scompenso cardiaco è più efficace quando esistono percorsi strutturati che definiscono ruoli, responsabilità e modalità di comunicazione tra i diversi attori coinvolti, inclusi medico di medicina generale, cardiologo, infermieristica territoriale e servizi di assistenza domiciliare. In assenza di un’organizzazione chiara, il rischio è una frammentazione della cura, con conseguente aumento degli accessi impropri e dei ricoveri evitabili.
In questo contesto, la gestione territoriale non deve essere intesa come una fase passiva di osservazione, ma come un processo clinico attivo, orientato alla prevenzione delle riacutizzazioni e alla stabilizzazione a lungo termine del paziente. La definizione di criteri condivisi per la rivalutazione specialistica, l’accesso rapido a consulenze e l’integrazione di strumenti di supporto, come il telemonitoraggio, contribuiscono a rafforzare l’efficacia del modello territoriale.
Il telemonitoraggio nello scompenso cardiaco nasce dalla necessità di gestire una patologia cronica caratterizzata da instabilità clinica progressiva e da un elevato rischio di riacutizzazione, soprattutto nelle fasi di transizione assistenziale.
Il telemonitoraggio può svolgere un ruolo di supporto clinico, a condizione che venga utilizzato in modo selettivo e inserito in un percorso assistenziale strutturato. Le linee guida ESC, così come il rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità sulla telemedicina per le patologie cardiovascolari del 2023, non raccomandano un’applicazione indiscriminata del monitoraggio remoto, ma convergono sull’utilità di questi strumenti in sottogruppi specifici di pazienti, nei quali il rischio clinico è elevato e il potenziale beneficio maggiore.
Sottogruppi di pazienti candidabili al telemonitoraggio
In particolare, i pazienti che più frequentemente risultano candidati appropriati al telemonitoraggio sono:
L’Istituto Superiore di Sanità sottolinea che il telemonitoraggio nello scompenso cardiaco è indicato quando esiste un rischio clinico documentato e quando il monitoraggio è accompagnato da una chiara strategia di intervento. L’utilizzo del telemonitoraggio in pazienti stabilizzati, a basso rischio e senza un modello organizzativo definito, rischia invece di tradursi in un aumento del carico gestionale senza un impatto misurabile sugli esiti clinici.
Dal punto di vista clinico, il valore del telemonitoraggio risiede nella capacità di intercettare segnali precoci di deterioramento, che precedono spesso di giorni o settimane una riacutizzazione conclamata. Incrementi ponderali progressivi, variazioni pressorie, peggioramento della dispnea o riduzione della capacità funzionale rappresentano segnali deboli ma clinicamente rilevanti, che nei pazienti selezionati possono guidare interventi tempestivi e potenzialmente prevenire il ricovero.
Telemonitoraggio nello scompenso cardiaco: modelli operativi ed evidenze cliniche
Le evidenze disponibili indicano che l’efficacia del telemonitoraggio nello scompenso cardiaco dipende meno dalla tecnologia utilizzata e molto di più dal modello organizzativo in cui essa è inserita.
Dal punto di vista operativo, i programmi di telemonitoraggio più studiati prevedono la rilevazione regolare di parametri clinicamente rilevanti, tra cui peso corporeo, pressione arteriosa, frequenza cardiaca, saturazione di ossigeno e sintomi riferiti dal paziente. Il peso corporeo, spesso citato come parametro cardine, assume un reale significato clinico solo se interpretato longitudinalmente e in associazione ad altri dati clinici, come variazioni sintomatologiche o necessità di modifiche terapeutiche.
Un elemento centrale è la distinzione tra telemonitoraggio e telecontrollo. Il telemonitoraggio implica la presenza di soglie di allerta predefinite, protocolli di risposta chiari, responsabilità cliniche definite e la possibilità di un intervento tempestivo da parte del team sanitario. Al contrario, modelli basati sulla semplice raccolta e trasmissione dei dati, senza un’integrazione nel processo decisionale clinico, non hanno dimostrato benefici consistenti sugli esiti.
In questo senso, lo studio TIM-HF2 pubblicato su Lancet nel 2018 rappresenta ancora oggi un riferimento importante, perché descrive un modello di remote patient monitoring strutturato, basato non solo sulla raccolta dei dati, ma su un’organizzazione capace di interpretarli e di intervenire attivamente. In questo studio, il monitoraggio quotidiano dei parametri clinici era affiancato da un team sanitario dedicato, con procedure definite per la gestione degli alert e per il contatto tempestivo con il paziente. I risultati suggeriscono che un approccio di questo tipo può migliorare gli esiti clinici rispetto a modelli di cura standard, rafforzando l’idea che il valore del telemonitoraggio risieda nella sua integrazione operativa più che nella tecnologia in sé.
Una recente revisione sistematica pubblicata su Heart International conferma questo quadro, evidenziando come i programmi di telemonitoraggio associati a una riduzione delle ospedalizzazioni per scompenso cardiaco siano quelli caratterizzati da un coinvolgimento attivo del team clinico e da una risposta strutturata agli alert. Al contrario, gli studi basati su un monitoraggio passivo dei parametri mostrano risultati più eterogenei e spesso neutri. Gli autori sottolineano come le differenze nei modelli organizzativi, nella selezione dei pazienti e nella frequenza del monitoraggio rappresentino fattori chiave nel determinare gli esiti.
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Prenota OraIl telemonitoraggio può favorire un controllo clinico più continuo e aiutare a individuare precocemente possibili segnali di peggioramento.
Possono essere controllati parametri come peso corporeo, pressione arteriosa, frequenza cardiaca e sintomi riferiti dal paziente.
Non esiste un unico modello valido per tutti i contesti. In molti casi il telemonitoraggio si inserisce in un percorso condiviso tra territorio e specialista.
Se integrato in un percorso di cura strutturato, il telemonitoraggio può contribuire a una gestione più continua del paziente e facilitare decisioni cliniche tempestive, supportando la prevenzione di riacutizzazioni che potrebbero richiedere un ricovero.
Il telemonitoraggio può essere particolarmente utile nelle fasi a maggior rischio di instabilità, come dopo una dimissione ospedaliera o nei pazienti con quadro clinico più variabile.